Traduzioni in Italiano

Tradurre in Italiano è un’operazione  più complessa di quanto non si possa immaginare, anche per chi parla abitualmente questa lingua. In una traduzione in italiano, se è sempre importantissima l’interpretazione del testo di partenza, diventa decisiva la padronanza dell’idioma per comunicare correttamente ciò che si è compreso nella prima fase del lavoro. [clicca qui per richiedere un preventivo gratuito o consultare le tariffe]

Un traduttore professionista dovrà pertanto conoscere l’italiano in maniera approfondita e tenersi in costante aggiornamento non solo per le naturali evoluzioni della lingua, ma anche e soprattutto per essere in grado di utilizzare un linguaggio adatto al contesto di riferimento e con una buona efficacia comunicativa.

Tradurre, abbiamo detto, significa anzitutto interpretare, ma, una volta compreso ciò che il testo-fonte vuole dirci, inizia una seconda fase non meno difficile: la scelta del lessico. Le parole italiane sono davvero molte (alcuni studi ne attestano oltre 800.000!) e saper individuare quella che più si avvicina alle nostre esigenze o le soddisfa pienamente comporta uno sforzo notevole.

C’è bisogno di ragionare sulle sfumature di significato e sulle valenze che, nel contesto in cui operiamo, può avere una determinata espressione. Se non esiste il “sinonimo perfetto” (se esistono due parole per indicare la stessa cosa, probabilmente non indicano perfettamente la stessa cosa!) esiste ancor meno la traduzione perfetta.

Ogni volta, dunque, il traduttore italiano dovrà scegliere la parola più indicata non tanto per tradurre il termine, quanto piuttosto per far capire al lettore la stessa cosa che ha capito lui: insomma, è una bella responsabilità!

Il Dizionario Italiano Treccani riporta circa 800 mila lemmi, il che fa capire quanto sia ricca questa lingua: un professionista della comunicazione non deve, per sua fortuna, padroneggiarli proprio tutti, ma almeno 140-160 mila sì (è la media di parole contenute nei vocabolari). Per avere un termine di paragone, basti pensare che nella lingua parlata, solitamente, si utilizzano sempre le stesse 7 mila parole.

Osserviamo più nel dettaglio il lessico italiano e le sue origini. Gran parte di esso è una diretta derivazione del latino volgare, ossia le lingue originatesi dal latino con la caduta dell’Impero Romano ma già presenti nelle varie aree della Penisola Italiana in quanto parlate dalle classi meno colte.

Molte parole di chiara derivazione latina, però, sono state introdotte in Italiano con la mediazione di altre lingue neolatine, specialmente il francese: parole di uso comune  (cavaliere, burro, giorno, mangiare, viola e gioiello), la terminologia culinaria (bigné, besciamella, ragù, maionese, crepe, menù, ristorante), il lessico militare e politico (terrorismo, maresciallo, carabina, fanatico, complotto, rivoluzione) hanno avuto in vari momenti storici una forte influenza dalla lingua francese.

Tra le influenze classiche, il greco è onnipresente nella terminologia scientifica ma anche nel linguaggio politico (democrazia, gerontocrazia, oligarchia), in quello marinaresco (gondola, galea) e botanico (basilico).

Anche l’ebraico ha il suo spazio, in special modo per quanto concerne la religione e la tradizione biblica: alcune parole, come “sacco”, sono poi diventate di uso comune.

Molti sono invece gli ambiti in cui compaiono termini di derivazione araba: alimenti (limone, arancia, spinaci, zucchero, caffé, sciroppo), oggetti di uso comune (valigia, zerbino, materasso), espressioni giuriche e amministrative (fattura, magazzino, dogana, tariffa, ammiraglio), termini scientifici (algebra, cifra, zero, algoritmo, alchimia, calibro, elisir) ed altre parole di uso comune (meschino, assassino).

Le dominazioni germaniche hanno lasciato in eredità molte parole: la più famosa è “guerra”, ma anche “lancia” ed “elmo”. Spesso si assiste ad un fenomeno per cui convivono due termini aventi il medesimo significato, ma con accezione diversa: ad esempio “dente” e “zanna”, “bere” e “trincare”, “palo” e “stanga”. Tra i termini di uso comune: sapone, grinfie, vanga, banca, schiena, guarnire.

Una menzione particolare meritano i cosiddetti iberismi, i termini arrivati da spagnolo e portoghese  per designare oggetti ed alimenti portati dalle colonie americane (mais, patata, banana, cocco, amaca, cioccolata, cacao) ed orientali (pagoda, mandarino).

La parte più corposa di lessico di origine straniera nella lingua italiana è costituita dagli anglismi (circa l’8%), vale a dire i termini derivanti dall’inglese. Non è un fenomeno recente, benché la tecnologia ed il linguaggio dei computer abbiano dato una forte spinta in tal senso, ma risale al XVIII secolo. La differenza è che un tempo si italianizzavano le parole inglesi (come “beef steak” divenuto “bistecca”) mentre oggi si preferiscono i prestiti. In alcuni ambiti si ha la tendenza a ricorrere al prestito anche quando non se ne ha un effettivo bisogno. E’ il caso delle comunicazioni aziendali, il cui linguaggio tecnico ha un’incidenza elevatissima di termini inglesi, con risultati non sempre comprensibilissimi (ad es. “per svolgere al meglio questo task è necessario adeguare i nostri skills ai needs del market“).

Per tradurre correttamente in italiano, insomma, è necessario avere una profonda conoscenza del lessico e dell’uso che gli italiani fanno della loro vasta e ricca terminologia. Per avere un preventivo da un traduttore italiano professionale seguite i link oppure date un’occhiata alle tariffe per le traduzioni.

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